Un racconto in larga parte autobiografico, ispirato dall’esperienza personale della regista come caregiver per la nonna materna. Una storia di ri-formazione per una donna che, pur vedendo e sentendo attorno a sé un mondo che le scappa dalle mani, cerca nella propria dignità la forza di non lasciarlo andare, bensì di viverlo con le sue nuove certezze, con le altrettante incertezze e con le possibilità che – seppur indebolite – le restano ancora, perché dal mondo ha ancora molto da pretendere. Affrontando una storia solitamente periferica nella nostra cultura, quella di un’anziana, la regista racconta la quotidianità di una donna ottantenne nella transizione alla vita in una casa di cura, tra il mutare della sua memoria, dei suoi desideri e della percezione della propria età.
“Questo film è la conversazione che non ho mai avuto con le mie nonne” dichiara subito la regista. Un delicato racconto sulla senescenza e sulla sessualità femminili, come confidenze intime tra donne, sulla rottura di tabù di una mentalità patriarcale, nell’ambito di una cultura cattolica sessuofobica, per la quale alla donna non è concesso nemmeno il diritto al desiderio. Repressione e tabù hanno plasmato l’immagine della femminilità per Ana (68), Patricia (69) e Mayela (71). Le loro storie si combinano poeticamente per formare un caleidoscopio di ricordi, segreti e desideri incarnati nel corpo di un’altra donna, dimostrando quanti tabù siano ancora presenti sulla femminilità.
Una storia di passione insieme dolce e caparbia che pone una domanda: “Quanto influisce sulle nostre azioni lo sguardo degli altri?”. L’opera prima di Filippo Meneghetti affronta tematiche importanti e delicate, dalle conseguenze terribili di un cuore che batte a vuoto e sospira invano quando non incrocia lo sguardo dell’innamorata, all’incomprensione all’interno di un nucleo familiare per le omissioni, un non detto che si trascina nel tempo, e i piccoli egoismi nostalgici. La paura di non essere capiti, di compiere un passo falso, di perdere qualcosa, i pregiudizi che proprio non riescono a scomparire. La malattia consente di esplorare l’importanza degli affetti, per favorire un percorso di guarigione, e le controindicazioni di un accanimento terapeutico dall’approccio disumano dentro un freddo e poco accogliente ricovero per anziani.